Quanto accaduto il 23 maggio in Bielorussia, dove i caccia dell’aeronautica hanno costretto un aereo di linea della Ryanair a un atterraggio di emergenza a Minsk per arrestare il giornalista oppositore in esilio Raman Protasevich e la sua compagna, richiama l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale su una questione su tutte. Se il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko ha potuto azzardare una mossa così spericolata, è perché sa di poter contare sull’alleanza strategica con il presidente russo Vladimir Putin. Al capo del Cremlino e alla sua gestione accentuatamente personalistica della politica estera russa, così come della sicurezza interna e dei servizi segreti, è dedicato un capitolo di Le guerre degli altri, a firma di Marco Giaconi e pubblicato nel 2019 da Paesi Edizioni. Ecco un estratto dedicato alle tecniche di guerra politica, «arte» di cui Mosca continua a essere padrona assoluta.
Le tecniche di guerra politica (e di guerra economica) rappresentano oggi la vera sostanza del lavoro di intelligence. Un lavoro che non consiste più solo nel sapere quello che non si può conoscere in altro modo se non con lo spionaggio ma, soprattutto, nel fare in modo che l’avversario, credendosi libero e autonomo, venga indotto a commettere un errore: un errore che faccia il gioco di un suo avversario.
È questo il regno specifico degli “agenti di influenza”, ai quali viene assegnato il compito di creare correnti di opinione tra la gente comune e di manipolare le classi dirigenti avversarie. Spesso questi agenti sono chiamati a creare “qualcosa dal nulla”, come consiglia Sun Tzu nell’Arte della guerra (IV-V secolo a.C.), ancora oggi uno dei migliori manuali di intelligence in circolazione.
I defezionisti del KGB negli USA, quando visitavano le accademie militari americane, si meravigliavano infatti che lì non venissero fatti studiare i manuali tradizionali cinesi e asiatici sull’arte della guerra e che, invece, si lavorasse su banali manuali neopositivisti dove, ad esempio, si calcolavano i proiettili necessari, al minimo, per abbattere un determinato obiettivo. Solo le grandi agenzie di intelligence si possono permettere queste operazioni, e tra queste ci sono certamente i servizi segreti russi.
Fin dall’inizio della rivoluzione bolscevica vi è stato l’uso, da parte dei dirigenti del PCUS, della tecnica informativa e operativa detta maskirovka, ovvero l’“inganno militare”. Basti pensare che, come narra Curzio Malaparte nel suo Tecnica del colpo di Stato, la rivoluzione del 1917 fu organizzata mentre i militanti prendevano sotto il loro controllo le infrastrutture critiche di Mosca e San Pietrogrado. Strutture che prima avevano studiato, apertamente e non di nascosto, nelle visite guidate, nelle operazioni di riparazione dei macchinari, nei rapporti di esse con i consumatori. La gente, intanto, continuava ad andare al cinema, come riferisce appunto Malaparte. Se non si capisce che il partito comunista della Terza Internazionale è un servizio segreto che si fa organizzazione politica, non si legge correttamente la grande avventura del bolscevismo e delle rivoluzioni comuniste.
Tratto dal libro
Le guerre degli altri
di Marco Giaconi

Redazione
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