«Quando siamo arrivati al governo era un momento difficile per questo Paese, forse ignoravamo i rischi ma credevamo fermamente nel potere delle persone e oggi, allo stesso modo, accettiamo la scelta della gente», queste le parole di Tsipras, dimessosi ancor prima della chiusura dei seggi dopo 4 anni e mezzo al governo. Il premier uscente è stato sconfitto alle elezioni legislative che si sono tenute in Grecia domenica 7 luglio, elezioni vinte dalla centrodestra di Kyriakos Mitsotakis. L’esito del voto era stato in qualche modo anticipato dalle elezioni europee, che avevano visto un distacco simile tra Nuova Democrazia e il partito della sinistra radicale Syriza, confermato dal risultato delle elezioni legislative di domenica.
Tsipras, nel discorso tenuto davanti alla stampa internazionale, ha parlato di democrazia, ha detto di aver garantito la crescita del Pil, di aver ribaltato le condizioni di una nazione in crisi. Ma ha sottolineato la necessità che l’ha indotto ad operare scelte difficili. La vittoria della Nea Demokratia è lo scotto da pagare. L’operato di un governo che ha dato fin dall’inizio segnali di fratture interne, lasciando a pochi mesi dall’elezione per poi essere nuovamente rieletto, può essere considerato positivo? Guardiamo i numeri. Attualmente la Grecia vanta una crescita del Pil del 2,1%, un buon dato rispetto alle stime previste, ma niente di paragonabile, ad esempio, al 5,5% della vicina Malta. Se ci si addentra nelle percentuali relative alla disoccupazione (in calo), è facile notare che si toccano ancora livelli di 18/19%. Una grande fetta della popolazione attiva under 30 è costretta a spostarsi coraggiosamente all’estero per cercare miglior fortuna.

Potremmo parlare poi delle promesse non mantenute. Un referendum contro l’austerity, soppiantato da misure restrittive ancor più stringenti. Alexis Tsipras ha trainato il Paese fuori dall’abisso, ma non è bastato e anzi i greci non sembrano aver dato importanza a tutto questo. Sul voto potrebbe aver pesato, inoltre, la questione macedone, che ha occupato parte della campagna elettorale. Il 12/6/2018 Grecia e Repubblica di Macedonia hanno siglato la nascita della Repubblica di Macedonia del Nord, dopo il voto a favore del Parlamento greco. La questione ha portato in Piazza Syntagma ad Atene migliaia di persone a protestare contro l’accordo conculso dal governo greco. Il referendum del 30/09/ in Macedonia aveva visto la popolazione dichiarare al 94% il proprio appoggio al cambiamento, ma l’assenza del quorum minimo del 50 per cento ne aveva sancito poi la non validità. Il primo ministro macedone Zaev, appoggiato da Tsipras, ha deciso di andare avanti con la procedura, attraverso una revisione costituzionale. Per il leader di Nea Dimokratia Kyriakos Mitsotakis, l’accordo era da intendresi una «sconfitta nazionale».
«Chi non lavora duro e chi non lotta non fa errori», chiosa spesso Tsipras. Ma alla fine della partita è il caso di chiedersi chi sia a pagare il prezzo di una politica gestita sempre più in base da accordi tra “i piani alti” invece che ascoltando le necessità della gente.
Foto di copertina: Alexis Tsipras, via Twitter
Giovanni Vazzana
Classe 1986. Palermitano di nascita, a Pisa gli studi universitari linguistici. Poi assistente di lingua italiana in Lorena, Francia. Da sempre attento ai problemi delle minoranze, degli Stati divisi, in particolare Cipro. Aderisce all’Associazione italiana Giovani per l’UNESCO.
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